Trofeo Kima o quasi

 

Cronaca di un arrivederci, spero…

 

26/08/2018

Luogo di partenza: Filorera (SO)

 

Dislivelli: 4200m positivi, 4200 m negativi

 

Raccomandazioni: Treeking sul Sentiero Roma in Val Masino che richiede circa 3 giorni di cammino. Numerosi tratti attrezzati e quota richiedono esperienza in montagna e bel tempo per essere affrontati con serenità.

 

La gara: La Mecca dello Skyrunning ha nome e cognome, si chiama Trofeo Kima, sottotitolo la grande corsa sul sentiero Roma.

Di corsa c’è ben poco, di grande veramente tanto. Il trofeo Kima rappresenta per me, come per altri che corrono sui sentieri ed amano la montagna, un traguardo ambito ed una chimera, per altri una sfida contro il tempo, una gara.

Per me la sfida, dopo che mi hanno accettato la iscrizione e mi sono fatto un discreto paiolo per allenarmi sarà quella di rimanere all’interno dei tempi massimi consentiti, i cosiddetti cancelli che si abbatteranno come ghigliottine in sequenza lungo il percorso e che mi pregiudicheranno o consentiranno di continuare a sognare di tagliare il traguardo di Filorera.

Dal titolo avrete già capito che qualcosa è andato storto e che qualche ghigliottina me la sono presa sul muso, ma andiamo con ordine e cominciamo dall’inizio di questo fantastico viaggio nel mondo di granito della Val Masino.

Il viaggio è partito con quasi due ore di ritardo sulla tabella di marcia a causa di freddo intenso e ghiaccio in quota che ha spinto la direzione di gara a rimandare il via della gara. Già non sopporto le partenze mattutine, il freddo, le luci dell’alba, figuratevi poi temporeggiare tutto quel tempo in partenza, col cuore a mille, chiuso nel guscio antivento difendendomi del freddo!

Insomma, il viaggio comincia male. Prima parte della salita su asfalto, sette interminabili chilometri di bitume sui quali non riesco a prendere il ritmo giusto, lo stomaco chiuso, forse per il freddo, il passo che non è agile, concorrenti che sfilano e davanti a me una eternità di montagna da correre, ma mi conosco e so che le partenze non sono il mio forte.

L’asfalto finisce e le pendenze si impennano su terreno piacevolissimo, piano piano rinasco, le gambe girano e macino dislivello facendo girare l’altimetro sotto un sole che finalmente ci bacia nella vallata incantevole. Un lungo tratto di piano e poi di nuovo su, verso le roccette, verso il cielo, verso la bocchetta Roma. Non forzo, cerco di tenere le energie e nei miei piani voglio passare il primo cancello con circa 15 minuti di margine.

Transito alla bocchetta Roma, tifo da stadio e brividi di alta quota, compiti eseguiti alla perfezione, prima ghigliottina andata, si chiuderà dietro di me ed io sono salvo. Ora massima concentrazione e giù per le catene.

Mi ritrovo giù dalla bocchetta sulla pietraia, difficile pensare di fare ritmi qui ma è lunga e siamo solo all’inizio. La vallata, scarsamente corribile, è un po’ come correre sugli scogli al mare e ci porta all’attacco del Cameraccio, cima Coppi di giornata. La salita è dura ma non impossibile e le mie zampe stanno bene, saltello come un capriolo e sono su, altro giro di discesa molto tecnica e via, anche la seconda asperità di giornata è superata.

Ora è il turno del passo di Val Torrone, con il canalino impervio che ne permette la salita. Mi gridano che il secondo cancello è appena dietro; uno sguardo al cronometro per avere la certezza di superare la seconda ghigliottina e sono su.

Un po’ di saliscendi sui tanto amati sassoni di granito e sono all’Allievi-Bonacossa, dove la ghigliottina scatta alle sei ore di gara.

Passo anche questo con più di venti minuti di margine, mangiucchio qualcosa, ricarico la borraccia e continuo il viaggio.

Sto bene quassù, le gambe girano, gli occhi spaziano, il cuore è leggero.

Ed ora via verso il Passo Averta!

Purtroppo il mio Kima cambia e le mie speranze di finirlo, così solide fino a qualche minuto prima, diminuiscono drasticamente quando un cartello mi segnala il rifugio Giannetti a sei ora e mezzo di cammino. Il cronometro mi conferma che sono nelle canne e che avrei dovuto passare l’Allievi con venti minuti di anticipo ma ho ancora tante energie e così spingo l’Averta come non ci fosse un domani; sulle catene mi sento leggero, salgo bene e di buon passo, sperando che il passo successivo non sia lontano. Ho ancora due ore circa per arrivare al rifugio Giannetti prima dello sbarramento. Non getto la spugna, certo mi rammarico un po’ per essermi tenuto e maledico questo terreno tecnico che non mi consente di correre la ecco il passo Qualido in vista appena dietro l’Averta.

Ce la posso fare!

Breve avvicinamento verso il Qualido e di nuovo catene per salire, che gara spettacolare!

Sono in compagnia di altri runner e ci scambiamo opinioni sui tempi e sulle speranze, testa bassa ragazzi, dai! Purtroppo non c’è molto dislivello e il terreno è scarsamente pedalabile, per cui non riesco a sfogare i cavalli per fare la differenza che servirebbe per alimentare le speranze. Inoltre qui, la concentrazione deve essere sempre alta, uno sbaglio e le conseguenze potrebbero essere notevoli. Anche se in questi tratti non c’è esposizione, il tipo di terreno e la pietraia non possono fare abbassare la guardia.

Al Qualido la lontana sagoma del Passo Camerozzo si abbatte sulle mie speranze, distanze e cronometro non vanno più d’accordo e capisco che non ho molte possibilità di trovare il cancello aperto. A poco meno di un’ora dalla chiusura mi rendo conto che sono troppo, troppo lontano dalla Giannetti e rinuncio.

Peccato, di forze ne avrei tante da spendere ma il morale è un po’ basso e la vista, l’ambiente superbo e la gioia di essere qui riescono ad ammorbidire solo in parte la delusione e la consapevolezza di aver sbagliato alla grande la tattica di gara e la gestione delle forze. Questa volta non sarebbe bastato essere il diesel che viene fuori nella seconda metà, perché non potrò accedere al finale di gara. Avrei dovuto spingere senza risparmiarmi troppo nella prima metà gara ma non si può tornare indietro. Solo andare avanti.

Da qui in poi, un lungo rientro, lunghissimo, con il groppo in gola e il rimpianto che si mescolano alla bellezza dei luoghi, alla consapevolezza che forse avrei potuto farcela, alla voglia di ritentarci.

Salgo il temuto Camerozzo, provo un po’ per gioco a salirlo di prepotenza e ho la conferma di stare ancora bene, il rimpianto cresce e sul passo vedo la Giannetti in fondo, in mezzo alla lunghissima valle e con un colpo d’occhio vedo la traccia che vi conduce che scende dal Camerozzo, poi scende, sale, gira, scende, sale ed infine arriva.

Così mentre abbandono definitivamente la mia corsa verso il cancello, mi fermo, appena fuori dalle catene, tiro fuori dallo zaino il telefono e leggo tutti i messaggi di mia moglie e mia figlia, mangiucchio qualcosa. Il cancello sta per chiudere, vorrei piangere ma non ci riesco. Vorrei gridare ma non posso. Vorrei avere un deltaplano o delle ali per coprire quei pochi chilometri che mi separano del rifugio nel troppo poco tempo a disposizione. Vorrei ricominciare da Filorera e dire adesso lo so, ora ho capito, fatemi riprovare!

Sono fermo. Ci rimango per dieci minuti buoni, mi godo il paesaggio, cerco di ritrovare un equilibrio interiore e di restare concentrato, sono pur sempre in montagna e non voglio farmi male per distrazione. Per cui dopo aver ritrovato la calma mi lascio condurre a spasso dalle mie gambe, di passo calmo, senza fretta, senza cronometro; non serve più.

L’ultimo passo, il Barbacan, lo guarderò da lontano.

Mi unisco ad un trenino di runner e siamo alla Giannetti. Visto che il mio telefono non prende chiedo la gentilezza di chiamare Giada e la avverto del mio rientro imminente (sia fa per dire visto che sono 1500 metri più in su) a Bagni di Masino.

Mi attende una lunga discesa, quasi quanto quella della gara, nella vallata che conduce a Bagni di Masino, la parallela a quella dove scende la gara.

Siamo molti, troppi in questa valle di ritirati, di non finisher, e nessuno di noi è contento.

Ognuno di noi ha una propria storia da raccontare, che porta dentro, la storia del suo quasi Kima.

Qualcuno si è infortunato e zoppica un po’.

Molti sono arrabbiati perché il terzo cancello non era proporzionato al secondo: vero.

Molti sono arrabbiati e pensano basta con questa gara ho chiuso.

Molti sono arrabbiati per la partenza ritardata che ha scombussolato i piani di colazione e fatto prendere freddo.

Io che dire? Scendo, osservo fuori e dentro di me e vedo un turbine di emozioni e colori e forse, il colore dominante è ancora il verde del prato, della speranza di riprovarci gestendo le forze in modo diverso ma ecco che il telefono bippa e scopro che prende di nuovo.

Telefono a Giada, che è a Bagni di Masino e mi ordina panozzo e birra e che mi accoglierà correndo verso di me quasi come se fossi arrivato in fondo.

Mi porge la maglietta che lei e Greta mi hanno regalato per il mio compleanno, personalizzata Kima Special Edition e mi abbraccia forte.

Sono felice ma mi manca qualcosa, ho un vuoto allo stomaco che il panino non potrà riempire, e le gambe non sono abbastanza rotte per non avere rimpianti.

Au revoir Trofeo Kima, se mi rivorrete ancora, sarò onorato di ritentare la Grande Corsa sul Sentiero Roma, penso, mentre Greta mi chiede di poterlo correre con me, ma specifica, solo quando sarò grande come te e la mamma, o almeno come quella ragazza lì, mi dice indicandomi una concorrente.

Aspirante finisher che spera di ritentarci: Vittorio

 

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