Piz Palü (3901m)

01-02/05/2009

Luogo di partenza: Capanna Diavolezza

 

Difficoltà escursione: PD

 

Dislivello: 3012m complessivi di cui 1506m in salita (Capanna Diavolezza 2973m – ghiacciaio Vadret Pers 2685m – Attacco della cresta 3736m – Prima cima del Piz Palü 3882 – Cima centrale 3901 m)

 

Tempo di percorrenza dell’escursione: 9 h totali senza considerare le soste

 

Raccomandazioni: Gita lunga e molto impegnativa. Una classica alpinistica in un territorio bellissimo. Richiede attrezzatura alpinistica, quindi ramponi, piccozza, imbraco ed un po’ di esperienza, oltre ad un equipaggiamento adeguato. Vanno ovviamente valutate le condizioni nivologiche e del ghiacciaio.

E’ possibile dormire alla capanna Diavolezza per guadagnare tempo e per fare un po’ di acclimatamento in quota.

 

Raggiungere il luogo di partenza: Da Chiavenna si seguono le indicazione per St. Moritz e poi per Pontresina. Quindi seguitando si supera  Morteratsch fino a giungere alla stazione della funivia del Diavolezza

 

Traccia GPS: clicca con il tasto destro e "Salva destinazione con nome". Piz Palu

 

Album fotografico:

 

L’escursione: Era una di quelle gite che si aspettano con ansia, un po’ perché programmate da settimane e un po’ perché rappresentava la mini spedizione alpinistica della stagione.

Il primo giorno lo dedichiamo all’avvicinamento; così ci troviamo ad Arona carichi come muli di tutta l’attrezzatura necessaria e delle speranze e delle ansie che accompagnano, almeno me, alla vigilia di una gita come questa.

Siamo io, Giada, Luca, Francesca, Fabrizio, Alessandra, Marco ed Enzo.

Carichiamo tutto sulle due macchine più grosse ed iniziamo il viaggio, un viaggio costellato di numerose soste fotografiche e culinarie che ci porta alla stazione della funivia che sale alla capanna Diavolezza. Sono le tre del pomeriggio e gli impavidi Enzo e Luca decidono di salire a piedi i quasi 900 metri di dislivello che portano al rifugio.

Decido che come antipasto è un po’ abbondante e mi unisco al gruppo dei fannulloni salendo in funivia con loro.

Il tempo di sistemarci nella camerata e siamo fuori ad ammirare il panorama superbo.

 

 

Deposito si sci

 

Ovviamente tutti gli occhi sono per il piz Palu, imponente massa bianca spendente al sole che ci guarda attendendo noi e le altre 192 persone che stanotte dormiranno qui per salirlo domani.

 

 

Splendente e meraviglioso

 

La giornata è magnifica. Ci concediamo un po’ di tempo per provare i nodi e fare qualche prova ARVA (grazie Francesca) e poi ci sediamo a tavola.

Guardiamo fuori dai finestroni e vediamo che viene nuvoloso. Un nebbione si alza coprendo le vette maestose del Palu e del Bernina e il cuore mi si stringe. Ma la speranza non muore e siamo ancora ottimisti.

Sveglia alle 4.40 e dopo la abbondante colazione io e Giada formiamo la mini cordata e perdiamo quota verso il ghiacciaio. Gli amici sci-alpinisti, più fortunati, ci danno un distacco nella discesa e ci precederanno di circa mezz’ora durante tutta la salita.

E’ strano vedere tutte le cordate in fila che salgono verso la stessa meta. Penso tante cose, mentre salgo: pensieri stupidi, vuoti, come pensare al passo, alla corda, al ritmo; penso che è un po’ inflazionata ma se chiudo gli occhi riesco a sentire il ghiacciaio che pulsa sotto di me e allora sto bene.

In un nebbione allucinante, sotto un cielo che a sprazzi si apre dandoci la forza di continuare, attraversiamo il pianoro verso sud per poi piegare verso Est ed iniziare la salita.

Siamo in 200 e noi due, unici o quasi unici ciaspolatori in un mare di scialpinisti, teniamo botta e saliamo di passo lento ma costante senza affaticarci troppo.

 

 

Cordate

 

Ci tocca superare dapprima uno strappo non indifferente passando di fianco a seracchi maestosi che incantano Giada, alla sua prima alpinistica, per sbucare su un pianoro.

Attraversato il pianoro ricomincia l’heavy metal. Il cielo gioca e si burla di noi, sotto è sereno, il Diavolezza è al sole ma il Palu non ne vuole sapere di farsi vedere.

L’heavy metal consiste nel ripido strappo che ci porta alla bocchetta sotto la cresta che conduce in vetta. Le pendenze sono elevate, non si vede al di là del nostro naso e comincia a tirare un vento australe.

Arriviamo alla bocchetta, a quota 3736 e incontriamo Luca ed Alessandra che aspettano una eventuale apertura del cielo. Gli altri 4, dopo aver calzato i ramponi ed estratto la piccozza, hanno tentato l’ascesa.

Qualche minuto ed ecco Enzo che torna indietro con un principio di congelamento alle mani. Commenta “è inutile salire, non si vede niente e fa un freddo cane”. Arrivano anche Francesca e Marco riportando le stessa impressioni. Dico “quindi niente? Ma dov’è Fabrizio?”

Fabrizio, unico vero uomo alpinista temprato e scolpito dalle intemperie, è salito da solo arrivando alla prima cima del Palu. “Complimenti Fabrizio, ma qui si gela e noi ce ne torniamo a valle”

Con qualche rammarico io e Giada ci rimettiamo in marcia, anche per guadagnare tempo sugli amici scialpinisti, perdendo quota in una nebbia milanese che mette a dura prova il mio senso dell’orientamento. Peccato perché sia io che lei ci sentivamo in gran forma quest’oggi.

Dal pianoro sottostante la bocchetta le cose migliorano: la nuvola si alza, il cielo si apre e sotto di noi appare il ghiacciaio, bellissimo ed immenso. Sopra di noi, ecco finalmente il Palu, che beffandosi di noi concede l’opportunità a chi, meno mattiniero o  semplicemente più lento, sta salendo adesso.

 

 

Forme spettacolari

 

Per noi è troppo tardi e strada da scendere ancora lunga.

Scendiamo nella bella neve soffice fino al pianoro sottostante il rifugio e risaliamo l’erto pendio fino alla funivia.

Gli amici sci-muniti scenderanno fino a Morteratsch, dove li raggiungeremo in macchina.

Sul pendio finale arriva la sorpresona: Giada, che un po’ sballata dal freddo e un po’ dalla quota non ha mangiato tutto il giorno, entra in crisi nera e si sente male. Con qualche difficoltà raggiungiamo la stazione della funivia, dove possiamo finalmente rilassarci un po’.

Mentre siamo tutti i 8 a Pontresina davanti ad una bella fetta di torta non posso fare a meno di pensare alla sfortuna avuta, ma in fondo ma bene così. Perché si ride, perché la compagnia è bella, la torta è buona e perché a volte non conta solo arrivare in vetta. La montagna va amata così com’è, con i suoi capricci e le suoi cambi d’umore e anche se non è facile filosofeggiare nel fallimento io ci provo lo stesso e mangio la mia bella fetta di torta.

Un ringraziamento va a Giada, che nella prima alpinistica ha dovuto sopportare un compagno di cordata rompiballe ed inesperto come me, a Francesca che ha dovuto sopportare un rompiballe che ci gli chiedeva di ripassare i nodi e le manovre, a Fabrizio, Marco ed Alessandra che insieme a Giada mi hanno stoicamente sopportato nelle ore di viaggio ed infine a Luca ed Enzo che mi hanno sopportato negli intervalli in cui non rompevo le balle agli altri.

 

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