Marcialonga

 

La longa marcia di bisonte (o di un orsacchiotto)

 

27/01/2019

Luogo di partenza: Moena

 

Dislivelli: 800m positivi, 900 m negativi

 

Raccomandazioni: Mito dello sci di fondo, il percorso della Marcialonga rappresenta un vero e proprio pellegrinaggio da compiere sugli sci stretti. Il percorso non è molto tecnico e si adatta a tutti i livelli.

 

La gara: Poche gare al mondo rappresentano quello che è la Marcialonga per lo sci di fondo. Possiamo assimilarla, se non alla Maratona di New York, almeno a quella di Berlino o di Londra.

Per farla breve, una sorta di Mecca verso la quale andare in pellegrinaggio, vedendo la madonna ed ogni genere di santi che di solito fanno la loro apparizione sulla salita di Cavalese.

Al via la macchina dell’organizzazione, perfetta come non ne ho mai viste, si mette in moto catapultando fondisti dal tendone alle gabbie ed infine ai binari della partenza, operazione che estesa ai 7500 partecipanti impegna tutti per più di un’ora ininterrottamente.

Anche noi, in coda, con numeri di pettorale da codice di avviamento postale, siamo catapultati tra tenda, camion, gabbie ed infine ci ritroviamo sui binari sotto l’arco della partenza, tra emozione, freddo e concitazione del momento.

Agganciamo gli sci ai piedi, inforchiamo i bastoncini e partiamo! Partiamo si fa per dire, percorsi 50 metri siamo fermi in colonna, su uno strappettino non più lungo di un dosso rallentatore ma sufficiente comunque a creare un ingorgo da tangenziale e che purtroppo per noi rappresenta solo l’inizio!

I primi due chilometri vanno via a passo di neonato che non ha ancora imparato a camminare e quando vedo un cartello che recita 68 Km to the finish mi viene voglia di abbatterlo.

La situazione migliora leggermente ma sulla prima brevissima discesina rieccoci fermi tra gente che stacca gli sci, gente che ti stende tipo bowling, altri che si piantano e chi come me e Manuela cerca semplicemente di sopravvivere e magari cercare un varco semibuono per incominciare a sciare.

Dopo qualche chilometro siamo ancora insieme e ancora in coda, tra strappetti, gente che sgomita e tratti più scorrevoli che piano piano aumentano. Mi creo una mia tattica di gara, capisco che devo puntare i pettorali bassi, gente che è partita prima di me e che quindi se è lì con me va piano creando blocchi ed hanno davanti a loro pista libera tipo vecchietto con la coppola al volante, oppure pettorali più alti di me: gente partita dopo che mi ha preso e quindi sgomita meglio di me e merita di essere seguita.

Tra cambi di binario, accelerazioni continue e blocchi sempre più radi cominciano a scorrere i chilometri, uno dopo l’altro e con loro i paesi della valle: Vigo di Fassa, Pozza di Fassa, Mazzin; tutti e dico proprio tutti con tifo stratosferico!

Al ristoro di Campitello di Fassa, dove afferro al volo un bicchiere di sali, sento la radio che annuncio l’arrivo del vincitore! A me, partito a mia scusa un’ora dopo e nel traffico totale, mancano ancora più di 50 chilometri, come mi ricorda l’immancabile cartello presente ogni due chilometri, opera questa di mettere i chilometri mancanti dall’inizio, di una mente degna del marchese De Sade.

Canazei, eccoci, dove il gruppo del Sella sbuca tra le nuvole, la neve è completamente sfaldata e i mi tocca quasi provare a rana per stare in piedi. In un cambio di direzione, tra sabbie mobili e concorrenti, cerco di mantenermi in equilibrio come posso quando un nordico di sei metri di altezza mi urla “no skating!”

“Ma quale skating! Questa è sopravvivenza!”

Da qui cominciano le discesine e le mie paure, ma per fortuna il traffico si è un po’ diradato e mi consente di gestire la situazione in sicurezza.

Ripassiamo dall’altra parte del fiume e butto l’occhio a destra per vedere se Manuela arriva, ma siamo tantissimi. Di nuovo Campitello di Fassa, Mazzin con la sua discesa terrificante di cui avevo visto un video con almeno ottomila morti ed altrettanti feriti, Pera di Fassa, Pozza di Fassa ed ecco il muro di Soraga!

Ovviamente c’è coda, sono fermi sul muro. Ne approfitto per fare tappa bagno, quindi mi fermo per sganciare gli sci ed infrattarmi tra gli abeti quando non mi rendo conto di invadere il binario con un bastoncino provocando l’immancabile capitombolo di un energumeno che veniva giù a tutta birra. Gli chiedo scusa in italiano, provo in inglese e poi in ostrogoto ma quello mi guarda, si rialza e sbuffa mentre io mi infratto ad espletare i miei bisogni fisiologici.

Riaggancio e via sul muro, cercando di omaggiare il pubblico denso e caldo, che incita ogni concorrente come fosse il primo!

Su a tutta e poi, ovvio, fermo in coda. Discesa di sopravvivenza e… Moena!

La parte più pericolosa dovrebbe essere finita qui, per cui all’alba del trentacinquesimo chilometro posso tentare di rilassarmi un po’ e perché no? Sperare di finire la gara!

Adesso ci credo, adesso posso sciare, posso fare i miei ritmi (niente di che), posso sperare, posso essere me stesso e la macchina da guerra che si nasconde in me e che viene fuori tutte le volta che ho addosso un numero si mette in moto.

Prossima tappa Predazzo, con passaggio annesso in centro paese su neve mobile e tritata; bivio e fine della Marcialonga light, che mi tenta non poco di terminare qui le mie agonie, come le sirene di Ulisse ma niente, testa bassa, mi giro e senza guardare il bivio giro a destra per cercare di finire questa follia in cui mi sono infilato.

La neve, che fino ad adesso era stata lenta, ora cambia ed il sole sbarluccica nei binari ghiacciati. Peccato che i binari distrutti non mi aiutano più di tanto e l’unica cosa che riesco a fare senza cadere è il double poling, quindi avanzo come una marionetta ascoltando ad ogni spinta i lamenti del collo, delle spalle e della schiena. Sono alla frutta… o quasi. A Ziano di Fiemme il sole sparisce, la temperatura crolla e il cielo annuncia imminente la neve. Purtroppo per me, il sangue abbandona definitivamente le mie manine. Ora sono cavoli acidi! Provo a spingere per scaldare ma il male alla schiena è troppo, provo in passo spinta per riposare a schiena ma non è facile tenere le punte nei binari, quindi, mi rassegno e avanzo tipo animale in migrazione, senza chiedermi più dove sto andando, senza avere voglia di abbattere i cartelli che immancabili mi ricordano che mancano ancora tanti chilometri alla agognata birra dell’arrivo.

Mi superano concorrenti di ogni tipo, mentre avanzo in automatico come una marionetta, superando qua e là chi è messo peggio di me e cercando di dare spettacolo sui brevi strappetti in salita, dove faccio valere la forza di gambe (che stanno ancora bene) ed esaltato da un pubblico meraviglioso.

La valle è cambiata, ora si punta ad Ovest nella valle di Fiemme, attraversando luoghi mitologico del fondo: uno tra tutti lo stadio del fondo a Tesero.

Quante volte l’ho visto in televisione, teatro delle tappe finali del tour de ski e partenza della scalata al Cermis, quindi entro nello stadio con un passo spinta che manco mi stessi giocando la medaglia olimpica e forse, colpa della fatica o dello scenario, mi commuovo quasi fino alle lacrime, che però ricaccio dentro per evitare che si congelino sul volto.

Masi di Cavalese, tra poco conto i chilometri a cifra singola, sono quasi a sessanta e se da Moena in poi ci ho creduto, da qui in poi sento l’odore dell’arrivo, aiutato da qualche breve salitella che spezza il piano mi consente il passo alternato, riposando la schiena. In esaltazione pura, su un cambio binario cercando di sopravanzare un concorrente, mi ritrovo sdraiato a pelle d’orso. Mannaggia! Mi rialzo, riparto più cattivo che mai e passo sotto la cascata mito dello sci di fondo. Manca poco al giro di boa di Castello di Fiemme, guardo con occhi assassini quelli che stanno tornando indietro ed a cui mancano meno chilometri di agonia ma ecco il giro di boa che arriva. La discesa è finita.

Ora la mente è focalizzata sulla salita finale, la aspetto come Babbo Natale alla vigilia, come la fata dei dentini, conto i chilometri che mancano per arrivarci. Conto alla rovescia, il sadico dei cartelli mi avverte che mancano sei chilometri alla fine, penso tre dovrebbero di salita, quindi ci siamo cazzo! Dai ancora un po’ di piano e poi lasci questo fiume e questo piattone e ti diverti, lasci esplodere quello che ci è rimasto da spendere.

Meno quattro, meno tre, poi un cartello che annuncia il punto sciolinatura della base della cascata.

Curva, sottopasso, curva poi eccola! Al ristoro un tipo mi offre dei Sali, gli rispondo “sono di corsa devo riprenderli tutti!” Mi metto a ridere ad alta voce alla vista di quello che ho davanti. Pendenza, pendenza seria, continua, con tornanti e concorrenti piantati sulle gambe ormai di gesso.

Le mie di gambe invece, stanno ancora relativamente bene e lascio esplodere le energie rimaste.

VI PRENDO TUTTI!!!! Qui saper sciare conta di meno, qui conta saper soffrire e manco fossi in lotta per il podio olimpico parto a tutta birra sulla salita, con le ali ai piedi e il cuore nello zucchero, drogato di adrenalina. Dopo la prima curva, tracimante di pubblico, qualcuno mi avverte che è lunga, di non spingere così.

Penso meglio per me, voglio che questa salita non finisca mai, che queste sensazioni durino in eterno: ali ai piedi, testa bassa e via! OP OP OP, via un concorrente dopo l’altro. Cartello dell’ultimo chilometro! Ti ho fregato sadico dei cartelli! Ora ci siamo, ci siamo davvero, sta finendo, la sto finendo!

Via OP OP OP sulle ultime salite e le prime case di Cavalese, OP OP OP le vie del centro, OP OP OP passo spinta sotto il ponticello e curva e via in double poling ecco l’arrivo! Il coniglietto bianco che ho seguito dalla partenza, stamattina a Moena, si gira, mi guarda, mi strizza l’occhio e cambia binario per sprintare. Non mi resta che seguirlo, è il mio destino. Cambio binario pure io per sprintare ed eccoci!!!! Il bianconiglio si ferma e mi aiuta a sganciare gli sci.

Magnifica! So di essere un nulla, in fondo in migliaia hanno fatto meglio di me oggi, so di essere uno scarso fondista, di non avere nulla di cui vantarmi ma quando mi piazzano la medaglia da finisher al collo mi sento un eroe!

La prima telefonata è per Giada che non ha potuto essere qui! Quando vorrei che ci fossero lei e Greta!

Mi vesto, mi copro, mi ciuccio una birra e aspetto Manuela mentre un carabiniere cerca di farmi scendere dal ponticello di legno ma che poi si mette a tifare pure lui Manuela che, eroicamente arriva in fondo fatta di emozione e di adrenalina.

Questo è lo spirito della Marcialonga!

Bravi! Ce l’abbiamo fatta. Saremo mediocri, saremo scarsi, ci chiamano bisonti. Ma ci siamo divertiti e grazie alla gente lungo tutto il percorso ci siamo sentiti degli eroi!

Grazie gente della Val di Fassa e della Val di Fiemme da dei quasi atleti che possono dire IO C’ERO!

P.S. Alcuni pensano che siamo ridicoli a partecipare ad un evento per finirlo con un tempo che è multiplo di quello del vincitore ma, credeteci, l’importante non è vincere, è essere! Provateci e non rimarrete delusi!

 

Quasi fondista: Vittorio

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