Oberaarhorn (3631m) e Finsteraarhorn (4273m)

04-05-06-07/08/2009

Luogo di partenza: Oberaarsee

 

Difficoltà escursione: PD

 

Dislivello:

1° giorno: 953m in salita (Oberaarsee 2303m - Oberaarjoch 3216m - Oberaarjochhutte 3256m)

2° giorno: 808m in salita, 1016m in discesa (Oberaarjochhutte 3256m - Oberaarhorn 3631m - Oberaarjochhutte 3256m - Studergletscher 3100m - Gemschlicke 3335m- Fieschgletscher 2850 m - Finsteraarhornhutte 3048m)

3° giorno: 1225m in salita, 1225m in discesa (Finsteraarhornhutte 3048m - Fruhstuckplatz 3616m - Hugisattel 4088m - Finsteraarhorn 4273m)

4° giorno: 330m in salita, 1166m in discesa (Finsteraarhornhutte 3048m - Fieschgletscher 2950m - Grunhornlucke 3280m - Konkordiaplatz 2720m - Marijelalp 2350m - Fiescheralp 2212m)

 

Tempo di percorrenza dell’escursione:

1° giorno 5h.

2° giorno 1,5 h per la vetta + 4h per il trasferimento alla Finsteraarhornhutte.

3° giorno 9 h circa (salita e discesa).

4° giorno 9-10 h.

 

Raccomandazioni: Gita bellissima che permette di abbracciare e toccare punti di infinita suggestione all’interno dell’Oberland bernese; tra ghiacci immensi che sembrano non avere fine. Tuttavia l’impegno fisico richiesto è notevole e almeno per la salita al Finsteraarhorn è necessario essere muniti di attrezzatura da arrampicata su terreno misto ghiaccio-roccia.

In ogni caso anche per la sola traversata è indispensabile essere muniti di attrezzatura alpinistica e di abbigliamento adeguato.

 

Raggiungere il luogo di partenza: Dal passo del Sempione si scende a Briga e si prosegue in direzione del Grimsel Pass. Da qui una stretta strada si arrampica in direzione della diga dell’Oberaarsee. Attenzione: il transito della strada è permesso durante in primi dieci minuti di ogni ora in direzione Oberaarsee, mentre è per la discesa è permesso dal 30° al 40° minuto di ogni ora.

 

Tracce GPS: clicca con il tasto destro e "Salva destinazione con nome". Finsteraarhorn 1, Finsteraarhorn 2, Finsteraarhorn 3, Finsteraarhorn 4

 

L’escursione:

 

1° giorno: 

 

 

Data la lunghezza del viaggio ci troviamo di buon ora a raccolta presso l’imbarcadero di Laveno. La gita, infatti, comincia con l’ennesimo traghetto della mia vita ma, stavolta, anziché portarmi a casa o da amici d’altra sponda, mi porta verso un sogno: verso il mio primo 4000.

E che primo 4000! Tra tutti quelli facili che potevo scegliere mi ritrovo un po’ per caso a starmene seduto sulle panchine del traghetto e poi in macchina verso l’Oberland bernese, attraverso quattro giorni di peregrinazioni che mi condurranno sulla fantastica e rasoiata cresta del Finsteraarhorn.

Ricordo ancora come fosse stato ieri la prima volta che avvistai la sua inconfondibile sagoma, in una tersa giornata che mi aveva visto per la prima volta sulla vetta del monte Zeda.

Lasciata una macchina a Fiesch mi dirigo con gli amici del CAI di Laveno Mombello lungo la tortuosa strada che conduce all’Oberaarsee.

L’Oberland ci accoglie con freddo e nebbia e il mio morale scende un po’ in basso e la macchina fotografica giace inoperosa nello zaino.

Attraversiamo la diga e costeggiamo il lago immerso e riposante tra le nuvole.

Ma la sorpresa non tarda: il cielo si apre e il sole inizia a splendere scaldando l’aria e gli animi.

Il panorama sul lago e il ghiacciaio è magnifico e la fioritura multicolore mi regala grandi emozioni mentre la mia fedelissima macchina fotografica comincia a scattare.

Arriviamo all’inizio del ghiacciaio e finalmente indosso i ramponi, alleggerendo lo zaino e facendomi piacevolmente permeare dalla sensazione di potenza che come sempre mi donano.

 

 

La distesa dell’Oberaargletscher

 

Ovunque, attorno a noi, ghiaccio e ancora ghiaccio. Puntiamo dritti all’Oberaarjock attraversando anche qualche crepaccetto che comincia ad aprirsi ma le condizioni del ghiacciaio sono più che buone e le pendenze sempre dolci, per cui procediamo abbastanza in fretta senza grandi difficoltà.

A tratti camminiamo sul ghiaccio vivo solcato da innumerevoli piccolissimi rivoli d’acqua che procedono vispi sul ghiacciaio fino a gettarsi nel lago sottostante.

Il lago si abbassa sotto di noi e l’altimetro comincia a salire. I crepacci diventano importanti e decidiamo di legarci in due cordate da tre persone. Superiamo un paio di rampe brevi ma ripide e siamo in vista della bocchetta. Alla nostra destra, arrampicato sulle rocce sottostanti l’Oberaarhorn, ci attende il rifugio: una bella costruzione lignea addossata alla rocce e a piombo sul ghiacciaio.

Risaliamo la scala a pioli e siamo su, per un meritato riposo.

Il panorama è superbo: il Finsteraarrothorn domina lo scenario con i suoi 3530 m mentre sotto di noi vediamo scendere il Fietschgletscher e l’Oberaargletscher appena percorso.

A destra, imponente, bello e potente come una chimera, il Finsteraarhorn posa nella luce del tramonto ergendosi contro il cielo terso.

Tra due giorni, se tutto va bene, sarò lì e guardando l’orizzonte cercherò le innumerevoli vette dalle quali l’ho ammirato.

 

 

L’Oberaarjochhutte: sulla balconata Leo ed Emilio indicano il Finsteraarhorn

 

La serata scorre allegra e piacevole, con la solita cena da schifo tipica dei rifugi svizzeri. All’ultimo momento decidiamo che i volontari volenterosi l’indomani mattina andranno al vicino Oberaarorn, prima di incamminarsi verso la Finsteraarhornhutte.

 

2° giorno: 

 

Stamattina sveglia presto e cielo perfetto fin dalle prime luci dell’alba: le due condizioni necessarie per salire e scendere dall’Oberaarhorn prima di cominciare la gita di trasferimento verso la Finsteraarhornhutte. E allora si parte dalle roccette dietro al rifugio, nei pressi del bagno esterno; si comincia in facile arrampicata sulle roccette piene di appigli ed appoggi anche se piuttosto friabili.

Giulio e Domenico si abbandonano in quanto decidono di riposare in vista dell’impegnativa ascesa di domani, quindi il gruppo ridotto a quattro avanza tra sfasciumi ripidi ed infidi finchè poggio finalmente il piedino sulla neve, e allora il piedino si rampona e inizia a prendere velocemente quota sopra il rifugio che scompare dietro le rocce.

Purtroppo solo io e Andrea ci siamo muniti di ramponi e così anche Leo ed Emilio sono costretti ad dietrofront, impossibilitati a proseguire su pendenze assassine sulla neve gelata.

Ascesa bella, impegnativa per le pendenze crudeli e molto, molto panoramica. Andrea mette il turbo e così arriviamo a toccare in breve la croce di vetta. L’occhio spazia a volontà nel sole nascente che fa brillare l’Oberaarsee come un astro nascente, mentre verso Ovest lo sguardo è rapito dalla lunga, lunga ed affilata dello Studerhorn e ovviamente dal Finsteraarhorn che è lì, ad un tiro di schioppo eppure a due giorni di cammino.

 

 

Vetta dell’Oberaarhorn

 

Chiacchiere da vetta, momenti di poesia nel sole nascente, qualche attimo di commozione e via verso il rifugio dove ritroviamo i quattro amici ad aspettarci. Ci rimettiamo in marcia perdendo quota sullo Studergletscher, dopodichè riprendiamo a salire puntando alla Gemschlicke optando per una scorciatoia che, rispetto al percorso classico, dovrebbe farci guadagnare qualche ora.

La camminata è piacevolissima e il paesaggio incantevole. Le nostre sei paia di occhi si posano tutte all’unisono sull’imponente quattromiladuecentosettantatre che ci osserva come piccoli puntini legati a coppie, mentre avanziamo a risento sul dolce pendio che porta alla bocchetta. Lontano svettano i lontani monti di casa; il Rosa, il Cervino, i Mischabel, il Leone e tanti altri che la mia scarsa cultura alpinistica non mi permette di riconoscere.

Semmai dovreste ripetere questa bellissima traversata non passate dalla Gemschlicke bensì optate per l’itinerario classico; infatti non appena ci troviamo alla bocchetta scopriamo ripidi sfasciumi che senza tanti preamboli piombano sul sottostante Fieschgletscher.

Dopo vari tentativi di discesa sugli sfasciumi risaliamo un pezzetto e ci caliamo con qualche doppia in un canalino innevato, sfruttando qualche spunto roccioso e un chiodo da ghiaccio. Spettacolare le discese di Andrea e Giulio che, senza protezioni, da buoni ultimi recuperano l’attrezzatura e perdono quota aiutandosi con due piccozze. In particolare Giulio, arrampicatore su cascate di ghiaccio, si fa onore e si esalta in questo frangente… e bravo Giulio!!!

 

 

Cercando di scendere dalla Gemschlicke

 

In un modo o nell’altro arriviamo con i piedini, ramponati per l’occasione, sul Fieschgletscher. Molto più facile, anche se un po’ più lunghetto, sarebbe stato evitare la Gemschlicke abbassandoci verso Sud aggirando il Finsteraarothorn e poi risalire sul Fieschgletscher.

Ma si sa che gli imprevisti possono accadere e arrivati al piano terra sul ghiacciaio lo risaliamo verso Nord fino a trovarci finalmente in vista del rifugio.

Ci tocca una bella salitina per guadagnare i cento metri circa che ci separano dalla Finsteraarhornhutte; qualche roccette, qualche passaggio protetto ed eccoci sulla balconata della capanna a goderci lo spettacolo, superbo e grandioso degli alti monti: Grunegghorn, Grunhorn, Fiescher Gabelhorn e chi ne ha più ne metta. Manca solo una cosa per perfezionare il panorama: la cara, carissima Jungfrau che con il suo inconfondibile e dolce profilo sembra burlarsi dei suoi quattromila e rotti metri apparendo come una bianca bambina divertita. “La vedremo da lassù” mi dice Andrea indicando la cima rocciosa ed aspre del Finsteraarhorn che si erge dietro il rifugio opprimendolo con la sua spessa mole.

Ad ogni modo il panorama è mozzafiato, la compagnia allegra e il rifugio accogliente; che cosa mi serve d’altro per essere felice? Anche se domani non dovesse piantare la piccozza sulla vetta, anche se non toccherò quella tanto sognata croce, sarò comunque contento. Per essere giunto qui, per aver fatto passare tanto ghiaccio sotto i miei ramponi, per aver ascoltato, guardato ed ammirato i ghiacci dell’Oberland.

Sarà la sera ma divento felice e triste allo stesso momento, commuovendomi fin quasi alle lacrime sulla balconata del rifugio, mentre osservo le vette, i colori del tramonto e chissà che altro.

 

3° giorno:  

 

Tolgo gli scarponi e mi siedo all’ombra di un ombrellone sulla terrazza della Finsteraarhornhutte. Sono felice. Ripenso a quando solo poche ore fa ho telefonato a mia mamma per condividere insieme a lei la gioia della vetta ed avvertirla che tutto era andato bene e mi sembra un secolo fa, o forse un minuto fa. Non so. Sono confuso, un po’ stanco, un po’ stupido perché mi viene voglia di mettermi a ridere ma ne ho il diritto.

La giornata è cominciata alle 3:00, quando il rumore dei preparativi dei miei compagni di stanca mi ha risvegliato da un insolito profondo sonno. Colazione abbondante e dopo aver allacciato gli scarponi e preparato lo zaino mi ritrovo sulla balconata nella notte ancora buia malgrado la luna piena.

Infatti il primo problema della giornata è proprio il buio. Rimpiango di aver lasciato a casa la frontale ma non mi perdo d’animo e un po’ a tentoni mi inerpico sulle roccette fiocamente illuminate dalla luna. Il sentiero è ben segnalato con vernice bianco-rossa, peccato per me che non i segni non sono fosforescenti e così ho il mio bel daffare per restare sulla traccia giusta.

I primi metri di dislivello li percorriamo sulle roccette e guadagnamo velocemente quota fino a percorrere una facile crestina e dopo poco ci ritroviamo sul ghiacciaio.

Siamo io e Andrea, tutti e due senza frontale, ad aver fatto il vuoto alle nostre spalle. Un paio di minuti ed ecco arrivare Domenico. Ci leghiamo noi tre e partiamo all’avventura; quella vera, quella per cui sono qui: conquistare il Finsteraarhorn.

Il sole comincia a sorgere e oltre ad illuminare le vette e i panorami, bellissimi attorno a noi, mi illumina anche la strada e ciò non può che farmi piacere.

In breve tempo si spengono le innumerevoli frontali degli alpinisti che ci precedono sul ripido ghiacciaio. Le stesse lampade che fino a qualche minuto prima apparivano come piccoli punti luminosi uniti da corde invisibili.

Dopo circa due ore di cammino arriviamo alla rocciosa Fruhstuckplatz (la piazza della colazione) e guardando l’orologio che segna le 6:30 non posso fare a meno di pensare alle tante persone stanno facendo colazione prima di cominciare la giornata.

Qualche tratto di sfasciume e roccette e scolliniamo verso Nord; dinanzi a noi il ripido ripido pendio che culmina nella Hugisattel, all’attacco della cresta terminale.

Di passo calmo e regolare superiamo tanti crepaccetti e qualche crepaccione mentre guadagniamo quota disegnando una traccia a zig-zag. L’altimetro sale e quota 3750 penso che non sono mai stato tanto in alto, poi continua a salire e a 4088 m smetto di pensare.

 

 

La cresta Nord-Ovest del Finsteraarhorn

 

Alla Hugisattel infatti il colpo d’occhio è di quelli da infarto coronario fulminante.

La cresta Nord-Ovest, quella che ci accingiamo a percorrere, è andata affilandosi lungo tutto il percorso e adesso che mi trovo alla sua base mi appare come una lama. Sotto di noi, a piombo o quasi, ghiaccio e ancora ghiaccio fino all’Oberaarsee.

Verso Ovest si svelano i giganti Munch e Eiger e a Sud, tra tante vette note, spiccano l’inconfondibile Rossa, l’Helsenhorn, l’Arbola e ancora più in là i grandissimi Rosa, Weissmies, Cervino e tante tante altre.

La vista della cresta da percorrere mi toglie il fiato e mi incute un certo timore reverenziale ma è tempo di mettere qualcosina sotto i denti e così sostiamo alla vista del gigante.

Ci rimangono da superare 185 m di dislivello; i più impegnativi, i più esposti e i più belli. L’arrampicata è piacevolissima, la roccia bella e piena di appigli e dopo i primi passi prendo confidenza con piccozza e ramponi. Mi diverto un mondo e solo l’altimetro mi ricorda che per la prima volta nella mia vita sono sopra i 4000m. La cresta è bellissima, panoramica e soprattutto nelle condizioni ideali per una percorrenza sicura. Dopo essere saliti a destra ci spostiamo con un lungo traverso esposto e pendente sul filo della cresta e dopo circa un’ora e mezza di arrampicata appare la croce metallica di vetta. Ultimi passi, ultime rocce, ultimi metri da guadagnare per ritrovarmi con il palmo della mano appoggiato sulla fredda croce. Ultimi passi prima di ritrovarmi con gli occhi umidi di lacrime.

Mi guardo attorno e mi commuovo. Troppe emozioni tutte insieme.

Ci stringiamo le mani e posiamo per una foto di gruppo, poi lascio andare i pensieri verso l’infinito che si stende sotto di noi. Pensieri che vorrei condividere ma che non escono in parole ma in sorrisi, in sguardi, in gesti. Pensieri troppo intimi, troppo miei.

 

 

Domenico (sulla croce), Andrea e Vittorio in vetta

 

Non c’è vento e non fa freddo per cui sostiamo abbondantemente in vetta. In vetta su quel punto culminante della spaventosa piramide che abbiamo sotto i nostri piedi.

Poi si scende verso la Hugisattel sotto la sorveglianza del prudentissimo e meticoloso Andrea che mi mette in sicurezza ogni mezzo passo che faccio. Un break alla bocchetta da cui osservo la vetta appena conquistata e via verso il rifugio, verso un meritato riposo.

Ironia della sorte ha voluto che il sottoscritto sprofondasse in un crepaccio poco prima della fine del ghiacciaio. Per fortuna l’incidente non ha avuto conseguente e dopo aver perso un anno di vita in un secondo e aver controllato di essere tutto intero ci rimettiamo in cammino.

Mi raccomando state sempre all’occhio e fate le cose in sicurezza. Se fossi stato legato non so se sarei riuscito a scrivere queste righe…

 

4° giorno:

 

 

La giornata post-vetta cominciata in modo un po’ meno massacrante con una sveglia leggermente più clemente delle precedenti; tuttavia con i suoi oltre 25 Km di cammino è stata da me eletta la giornata più impegnativa dell’intero trekking.

Dal rifugio siamo scesi sul ghiacciaio, dove ci siamo ramponati e lagati. Senza grosse difficoltà lo abbiamo attraversato avvalendoci delle numerose tracce dei tanti passati prima di noi, quindi puntando a Est abbiamo risalito il pendio in direzione della Grunhornlucke, ultimo punto da cui abbiamo ammirato il signore dell’Oberland, prima di vederlo scomparire gradualmente mentre perdevamo quota verso Konkordiaplatz.

La discesa è stata piuttosto rapida e non ha riservato particolari sorprese. Anche oggi è stata una bellissima giornata e alla Konkordiaplatz ci siamo riposati un momento, al cospetto del ghiacciaio più grande d’Europa.

Ovviamente, io che fermo non ci so stare, faccio un po’ foto anche se nessuna di esse potrà mai rappresentare quello che vedo e soprattutto quello che provo standomene come un piccolo puntino nel bel mezzo di una distesa bianca che sembra non avere confini.

Verso Sud l’Aletschgletscher scende come un fiume congelato dal tempo; un fiume risultante dall’unione di Aletschfirn, Jungfraufirn e Ewigschneefäld. Mamma mia che emozione!!!

 

 

La konkordiaplatz

 

Il cammino prosegue sull’Aletschgletscher e qui le sorprese non si fanno attendere. In poco tempo mi ritrovo sommerso da una scarica di emozioni fortissimi: paura per l’impotenza che provo di fronte al gigante di ghiaccio che mi sta lasciando passare su di se, tensione per i numerosi crepacci, crepaccetti e crepaccioni che siamo costretti a saltare ed infine meraviglia per la vista delle forme belle e sinuose, potenti e leggere che il ghiacciaio sa esprimere.

Dopo un po’ di tribolazioni al margine del serpentone bianco ci accentriamo verso la striscia detritica e procediamo più spediti. Prima di raggiungere l’uscita siamo costretti a riattraversare il ghiacciaio con i suoi numerosi crepacci dovuti al cambio di pendenza e quindi a procedere sul bordo fino a raggiungere una scaletta in ferro, poco prima del Marijelasee.

La sosta è dovuta dopo la faticaccia sul ghiacciaio, necessaria a recuperare le forze e smaltire, almeno per me, un po’ di tensione residua.

 

 

Ormai fuori dal ghiacciaio: in piedi da sx Leo, Giulio, Emilio. Seduti da sx Andrea, Domenico e Vittorio

 

Risaliamo le roccette fino a giungere in un punto panoramico, da cui si domina l’intero ghiacciaio e dove, neanche a dirlo, scatto un po’ di foto.

Poi proseguiamo in piano fino all’alpeggio di Marijela e da qui una provvidenziale galleria ci porta sull’altro lato dell’Eggishorn.

Meno di un’ora e siamo a Fiescheralp, alla stazione della funivia, dove i nostri scarponi pestano una sostanza strana, dura, finta: l’asfalto.

 

Un ringraziamento al CAI di Laveno-Mombello e in particolare a chi ha avuto l’onere e la sfortuna di finire in cordata con me.

 

                                                                                 Alpinismo