Dome de Neige (4015m)

 

11-12/07/2015

Luogo di partenza: Pre de Madame Carlè - Pelvoux

 

Difficoltà complessiva: F+

 

Tempo di percorrenza: 4 h per la salita al rifugio. Da qui 4 h per la vetta. Rientro molto lungo.

 

Dislivelli: 2400m di salita circa, 1400 per il rifugio, 1000 m circa il secondo giorno. Pre de Madame Carlè 1870m – rifugio du Glacier Blanc 2530m – Glacier Blanc 2900m – Refuge des Ecrins 3180m – Dome de Neige des Ecrins 4015m)

 

Raccomandazioni: Gita di difficoltà contenuta ma dal lungo sviluppo, circa 27 Km tra i due giorni. Con le dovute condizioni della terminale si può salire la Barre Des Ecrins salendo lo scivolo di neve appena prima della Breche Lory.

 

Traccia GPS: clicca con il tasto destro e "Salva destinazione con nome"  Dome de Neige    

Album fotografico:

 

 

La gita:

Lungo il traverso sotto la crepaccia terminale ci basta uno sguardo a sinistra per capire che quei due metri circa di apertura rappresenteranno per noi un ostacolo impossibile da superare. L'unica possibilità per raggiungere la cima della Barre des Ecrins resta dalla breche de Lory, ma i primi metri di arrampicata, per nulla banali e da non sottovalutare, ci respingeranno, impreparati e senza il materiale adatto per passare in sicurezza.

Per cui meglio lasciare la Barre per un'altra volta, con la terminale abbordabile oppure con un paio di friends attaccati all'imbrago, e ripiegare sulla più modesta Dome de Neige, che raggiungiamo in breve e dove ci aspettano gli amici Enzo e Davide.

La Barre des Ecrins non ci ha voluto, oggi ha fatto selezione lasciando passare solo due o tre cordate di duri e puri che sono riusciti a salirla. Colpa nostra che non l'abbiamo corteggiata a sufficienza, forse sottovalutandone le difficoltà o forse semplicemente non desiderandola abbastanza.

 

Questa fantastica gita di due giorni comincia a mezzogiorno di sabato, quando dopo un lungo viaggio in auto ci prepariamo al parcheggio di Pre de Madame Carlé e ci affardelliamo con gli zaini, preparandoci a sopportare il caldo e la fatica della lunga ascesa al rifugio des Ecrins.

L'ambiente è subito da togliere il fiato, mai avrei immaginato tanto spazio, tanto panorama e tanta estetica nei profili delle vette che ci circondano.

Cominciamo a salire duri e puri superando il primo strappo che ci immette nella valle del Glacier Blanc. Guardando la cartina scopriamo tristemente quanto si è ritirato il ghiaccio negli ultimi anni a causa dei cambiamenti climatici. La salita è dura e gli zaini pesano ma abbiamo tutto il tempo che si serve per gustarci il caldo ed assolato pomeriggio, facendo fotografie e soste.

 

 

Il Glacier Blanc

 

Un altro ripido strappo di porta al rifugio de Glacier Blanc, proprio di faccia al fronte del ghiacciaio, ormai ridotto a delle torri di ghiaccio sulle quali una scuola tra facendo delle esercitazioni, tra pinnacoli e crepacci.

Noi, dopo una sosta bevereccia e mangereccia sulla terrazza del rifugio, ci rincamminiamo per salire l'altra metà del percorso, prima su morena e poi, finalmente e molto più in alto di quanto pensassi, mettiamo piede sul ghiacciaio e ci leghiamo in cordata.

Il ghiacciaio è quasi tutto chiuso e si attraversa facilmente. con vista meravigliosa sul Pelvoux con i suoi ghiacci pensili che ci regala uno spettacolo estetico dei più belli. Ecco il rifugio, abbarbicato su uno sperone di roccia, circa centocinquanta metri sopra il ghiacciaio, altra prova del ritiro repentino dei ghiacci.

Poco dopo ci sleghiamo, rompiamo la formazione e saliamo alla spicciolata al rifugio, dove arriviamo dopo quattro ore e mezza dalla partenza. La balconata dal rifugio è di quella che toglie il fiato: ghiaccio, ghiaccio e ghiaccio sotto di noi, con la Nord della Barre des Ecrins a dominare la scena ed attirare l'occhio, al punto da far sembrare il Dome una piccola sporgenza integrata nell'architettura della parete.

Di certo non mi aspettavo una vista così imponente ed un aspetto così estetico.

Ora ci tocca verificare l'ospitalità del rifugio, di fama abbastanza scarsa.

Dopo un impatto con la puzza di piedi ovunque e dei bagni... al limite del vivibile, delle camere migliorabili arriva il momento della cena che tutto sommato ci lascia abbastanza soddisfatti o comunque non completamente scontenti.

Dopo cena a nanna, colazione alle tre e via.

 

 

Refuge e Barre des Ecrins

 

Scendiamo alla luce delle frontali sul sentierino che porta al ghiacciaio, dove formiamo la cordata e partiamo, al buio costellato di pile frontali, sotto un cielo stellato dei più belli che ho mai visti. Il pensiero corre inevitabile alla prima notte trascorsa al 3A, con Giada, ormai tanti anni fa, della quale ricordo la viva emozione del cielo stellato così come non lo avevamo mai visto: piccoli momenti di perfezione che nulla potrà cancellare dalla memoria. Il pensiero corre a loro, a Giada che vorrei in cordata dietro di me e a Greta che forse, un giorno sarà in cordata davanti a me imprimendo un ritmo che non riuscirò più a tenere.

Ma le fantasie romantiche smettono di correre libere tra pensieri non controllati quando raggiungiamo la base del pendio. Ora la testa deve entrare in modalità alpinistica, si parte a fare "sul serio", affrontando subito un pendio ripido che costringe qualcuno a gattonare in ginocchio, usando le manine e le ginocchia per salire, tecnica che garantisce una dubbia stabilità ma comunque gettonata anche da altre cordate.

Arriva la luce ad illuminare gli imponenti seracchi e il pendio spiana leggermente, per poi impennarsi tra grossi crepacci comunque facilmente superabili ed infine sotto la terminale della Barre.

Il panorama è imponente, il ghiacciaio fila sotto i nostri piedi dando anche un po' di vertigine e la sensazione di essere appesi in cielo, le condizioni della via e della neve sono eccellenti, il cielo sereno e stabile, non tira un alito di vento. Insomma la perfezione.

 

 

Amici sul Dome e la Barre sullo sfondo

 

Sfiliamo sotto la spettacolare parete Nord della Barre, costeggiando una terminale troppo larga per pensare di passarla, per giungere appena sotto la breche de Lory. Qui la sorpresa, anche da questa parte la terminale è piuttosto larghina e una cordata davanti a noi sta tribolando per passare.

Mi avvicino, guardo il ponte di neve esile e di tenuta dubbia e il salto che c'è da fare, quindi passo con cautela ritrovandomi sotto il bordo del crepaccio, su una cengetta di ghiaccio che mi costringe ad inginocchiarmi per passare, poi mi sposto e butto fuori la picca. Il bordo del crepo è solido e compatto, si passa senza problemi se non un po' di timore che crolli il tutto.

Uno ad uno passiamo il crepone e ci distendiamo per salire l'ultimo pezzo verso la breche.

Dividiamo la cordata, io e Marco tentiamo e falliamo la Barre, mentre Enzo e Davide si avviano al Dome, dove ci ritroviamo qualche minuto dopo per mangiare, fare le foto e goderci la cima conquistata.

Per una volta la quota non mi ha fatto vomitare, tribolare, stare male eccetera, per cui mi godo con somma calma questa cimetta che rappresentava l'obiettivo di ripiego ma che comunque mi riempie di gioia ed entusiasmo.

Ora si apre il capitolo discesa, il cui primo paragrafo è rappresentato dalla terminale da fare in discesa ed è senza dubbio il più ostico.

Vado io davanti, Davide ed Enzo in mezzo e Marco a chiudere. Qui ne vediamo un po' di ogni colore, calate, doppie, gente che sale e gente che scende. Noi optiamo per la conserva fino al crepo, poi la tattica è molto semplice: passiamo uno per volta e ci facciamo sicura sulla picca, sperando che la cengetta di ghiaccio, a questo punto copiosamente gocciolante, e il ponte sempre più precario tengano il nostro passaggio.

Uno, due, tre, quattro e siamo fuori, via lungo il traverso e poi giù sul ripido, verso il ghiacciaio, passando tra seracconi giganti ai quali chiediamo di non crollare e crepacci spettacolari.

Sul ghiacciaio breve sosta per svestirci, metterci più comodi e meno alpinisti prima di iniziare il lungo, lunghissimo rientro verso la macchina, sotto il sole cocente.

Un rientro davvero lungo, appesantito dalla stanchezza e dal male ai piedi, ma ci prendiamo il nostro tempo, per fortuna tutti abbiamo acqua a sufficienza e così, sognando una birra fresca e un panino all'ombra, usciamo dal ghiacciaio e piano piano perdiamo quota, ripassando dal rifugio del Glacier Blanc e poi nei praticelli verdi che nonostante la stanchezza non mi dimentico di fotografare.

Arriviamo alla macchina sfatti, ognuno con i propri dolori, chi ai piedi chi alla schiena, ma tutti, o quasi visto Davide è astemio, con un desiderio: la birra fresca!

 

Alpinisti: Vittorio, Marco, Enzo e Davide 

 

Alpinismo