Povera gente, Fedor Dostoevskij

 

E' il primo romanzo del grande genio letterario e fu scritto quando egli era solo ventiquattrenne. E' un racconto per certi versi immaturo, semplice e lineare; manca la grande capacità descrittiva che lo contraddistinguerà nelle sue opere più famose e anche la forma narrativa è piuttosto insolita. Si tratta di un romanzo epistolare, breve e conciso ben diverso da tomi come "I demoni" o "Delitto e castigo" eppure questo primo romanzo si presenta al lettore come una pugnalata dritta nello stomaco. Un colpo irruento, imberbe forse ma molto efficace.

Con pochi tratti Dostoevskij riesce a disegnare un quadro della società pietroburghese ottocentesca che non è certo dettagliato ma che resta davanti agli occhi del lettore tenendolo sveglio la notte, come un quadro che non si riesce a dimenticare.

Protagonisti della vicenda sono un copista attempato e una giovane orfana, i quali intrattengono una fitta corrispondenza epistolare in cui si raccontano le gioie e i dolori quotidiani: sono fatti semplici, banali eppure così vividi ed emblematici di quella società che si mantiene a galla appena sopra il filo della povertà estrema.

 

Ne viene fuori un grande libro, geniale e tagliente in cui appare senza ombra di dubbio il genio dell'autore. Un buon ritratto della società caotica e povera di San Pietroburgo ma soprattutto una grande storia di personaggi, di persone alle quali il lettore non può che affezionarsi.

Dostoevskij non cerca l'empatia di chi legge verso i personaggi; vanno presi così perché così sono: povera gente.

 

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