La salita al monte Chimèr, Liborio Rinaldi

 

Il  monte Chimèr non è un monte, è il monte. Esso rappresenta le paure, le difficoltà e le soddisfazioni che un alpinista insegue per tutta la sua vita. E’ un miraggio, una chimera lontanissima e sfuggente che evade ogni tentativo di sottomissione da parte dell’uomo; una bestia fiera e selvaggia ma piena di fascino.

Anche senza guardare la copertina e le foto del Chimèr che l’autore riporta all’interno del racconto avevo già capito a quale monte egli si è ispirato per far nascere il mito: il Pedum. Questo massiccio nero e solitario, arcigno e inattaccabile ma denso di fascino e di mistero è senza dubbio la vetta che meglio simboleggia la vetta per eccellenza. Non necessariamente la più alta, ma quella più selvaggia; immersa com’è al centro di quel mondo austero e primitivo che è la Valgrande.

Anch’io, come l’autore, ho coltivato a lungo il sogno di salire al Pedum, tenendolo per tanto tempo nel cestino delle cose troppo difficili e quindi credo di capire almeno in parte il trasporto che egli sente verso quell’arcigno scoglio che si mostra ovunque da prospettive sempre diverse ma sempre grandioso, misterioso ed inquietante.

 

La salita al monte Chimèr è un breve ed intenso racconto in cui i protagonisti, ognuno solo con se stesso e con le proprie paure e motivazioni, tentano la salita all’austera montagna. La bellezza del racconto sta nel suo essere sospeso tra leggenda, fantasia e realtà. Molti dei luoghi indicati sono infatti realmente esistenti e ricalcano la principale via di salita al Pedum. Ovviamente le distanze e le difficoltà dell’ascesa al Chimèr sono amplificate rispetto a quelle del Pedum, che pure non scherza in quanto a problematiche di ascensione.

La storia inizia in un rifugio, in una serata un po’ triste e forse proprio per questo un po’ più autentica di tante altre per correre indietro nel tempo ricalcando storie ormai perdute rimaste impresse sul libro della bocchetta del monte Chimèr. Quelle che emergono sono storie di tempi lontani, diverse tra loro e a volte opposte, che però sfociano tutte attorno al monte Chimèr. Perché la montagna unisce vite, storie, persone. Persone che qualche anno prima della guerra si sarebbero strette la mano unite dalla passione per la montagna che si sono ritrovate a spararsi contro l’un l’altro e che, forse, ora possono tornare a stringersi la mano e a bere un bicchiere insieme.

 

A mio avviso il difetto di questo racconto risiede nel fatto che il carattere dei personaggi non è abbastanza differenziato; l’autore cerca in qualche modo di calarsi nei panni delle persone a cui, a turno, da voce; riuscendoci però in modo maldestro tanto è che si ha l’impressione che la voce narrante sia sempre la stessa.

Ma come del resto mi disse una volta l’autore, che ho il piacere di conoscere personalmente, si scrive sempre di se stessi.

 

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