La pelle di zigrino, Honorč de Balzac

 

Non avevo ancora letto nulla di questo scrittore, considerato tra i massimi esponenti del realismo francese del diciannovesimo secolo.

Scrittore molto prolifico a cui si sono ispirati Zola e altri grandissimi successori e che anche tra non addetti ai lavori riscosse grandissimi plausi.

Per me, grande ammiratore dell'opera di Emile Zola, in non aver letto nulla di Balzac rappresentava una lacuna enorme ed inaccettabile che ho cercato di colmare con questo romanzo che, a dire il vero, mi ha lasciato leggermente deluso.

Dopo una partenza in sordina e tipicamente francese, nella quale abbondano descrizioni e dialoghi considerabili quasi superflui o per lo meno un tantino troppo prolissi, il romanzo prende finalmente il volo e ne nasce una trama avvincente che vede come protagonista Raffaello de Valentin e il suo diabolico talismano: la pelle di zigrino.

Dopo aver tentato il suicido Raffaello entra in possesso della pelle; un oggetto capace di soddisfare ogni suo desiderio m che, come l'ambiguo venditore che gliela consegna predice, lo porterą lentamente alla morte.

Si notano similitudini con il Dorian Gray di Wilde ma, a mio modesto avviso, non riesce a catturare l'attenzione del lettore fin dalle prime pagine come invece fa magistralmente il suo collega d'oltremanica.

Il romanzo fa fatica a decollare e si perde forse troppo spesso in descrizioni accurate, dialoghi particolareggiati e vani per prendere finalmente ritmo solo nella seconda metą.

 

Resta in ogni caso un grande romanzo, con un finale da brivido e spunti per notevoli riflessioni; il tutto chiaramente sullo sfondo di una aristocrazia parigina pigra e dissoluta, vacua ed inutile, della quale Balzac esegua un fedele ritratto.

 

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