La città della gioia, Dominique Lapierre

 

La città della gioia è una bidonville di accattoni e miserabili alla periferia di Calcutta. Un sacerdote francese, Paul Lambert, decide volontariamente di condividere la miseria delle migliaia di diseredati che la popolano.

Ne nasce una avvincente storia che mette alla luce uno spaccato della realtà indiana nel secolo scorso. Quelle dei protagonisti di questo bellissimo romanzo corale sono storie vere, tragiche al di là di ogni possibile aspettativa razionale come la miseria e le condizioni in cui essi vivono vanno ben oltre la nostra concezione di povertà.

Lì, in quella bidonville si radunano persone senza speranza, ex contadini fuggiti dalle campagne per scampare ad una morte per fame più che certa, lebbrosi, tubercolotici, bambini orfani, ciechi, storpi. E come se non bastasse ci si mette anche il clima: un clima torrido, monsonico, ciclonico. Sembra che gli dei della città della gioia siano in vacanza, eppure questa immonda massa di straccioni riesce sempre a trovare la forza per continuare a vivere, per fare festa, per essere generosi e per essere allegri.

La situazione che ne emerge è talmente terrificante che non proverò a darne una descrizione, del resto il romanzo è stato scritto per questo. In mezzo a questo immondezzaio capita Paul Lambert, ed in seguito Max Loeb, un ricco medico statunitense in crisi di identità. Le loro vite non saranno più le stesse dopo questa esperienza; ma neanche le vite dei lettori possono rimanere immutate.

Questo romanzo è talmente forte che ti scardina qualcosa dentro, almeno per un po'.

 

"Tutto ciò che non viene donato va perduto" proverbio indiano

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