L'isola sotto il mare, Isabel Allende

Se quasi tutti i romanzi della famosa scrittrice cilena vedono come protagonista una donna questo non fa eccezione, mettendo in primo piano la schiava Tetè.

Fa eccezione per altri aspetti; la protagonista non è un'eroina all'Allende come Ines Suarez e neppure come Clara del Valle della Casa degli spiriti, bensì una schiava nera a Saint Domingue, colonia Francese.

Una schiava deve essere invisibile, se vuole sopravvivere (vivere sarebbe troppo) deve annientare e sopprimere in se stessa la voglia di libertà e di aria, spegnere quel "fuoco che ti arde dentro" per citare la parole di Tetè.

La protagonista, il cui vero nome è Zaritè, fin da piccola cerca in ogni modo a sua disposizione, di scappare ma alla fine, troppo attaccata alla vita, vi rinuncia. La seguiamo in una narrazione che ha i tipici ritmi sudamericani e la maestria dell'Allende attraverso mille soprusi, maltrattamenti, avventure, qualche speranza e per fortuna anche qualche gioia (in certi passaggi davvero ci si chiede cosa sia felicità).

Un romanzo o meglio una narrazione, di quelle che rapiscono e che coinvolgono il lettore fino all'ultima delle sue cellule in quello che è un episodio tra i tantissimi, forse verosimile o forse no (che importanza ha?) della brutale ed inumana tratta dei negri ad opera della civilissime nazioni europee.

Il fuoco della ribellione attraversa il libro come un soffio, come il vento che si ode attraverso uno spiraglio di una finestra aperta nella stanza accanto ma non è lì che vuole andare a parare l'autrice, bensì sulla vicenda umana, personale, raccontando una storia, ancora una volta, d'amore.

 

Molti personaggi ruotano attorno a Tetè, ognuno dei quali magistralmente sfaccettato e caratterizzato se non nel profondo dell'animo almeno del carattere.

Sarebbe facile infierire al lettore colpi bassi per commuovere e vincere facile ma la banalità, evidentemente, non fa parte del registro di Isabel che, ancora una volta, tira fuori dal cilindro un bel romanzo che a mio parere non si colloca tra i suoi capolavori di sempre ma che nel complesso non sfigura affatto.

Alla fine del romanzo nella bocca del lettore resta un sapore agrodolce fatto di speranza, indignazione, tristezza ma soprattutto rabbia.

 

 

                                                                                                  Indice Recensioni