L'Idiota, Fedor Dostoevskij

 

 

Premesso che trovo sempre molto difficile recensire o scrivere di un autore che amo moltissimo, spero di non cadere nella banalità parlando de L’Idiota di Dostoevskij.

Per chi non lo avesse capito, ci troviamo di fronte ad un altro immenso e geniale capolavoro del grande maestro. Citando l’autore stesso che parlava del suo progetto si capisce la difficoltà dell’opera e le premesse che lo hanno portato a scriverla « Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto. »

Quanto attuali sono le sue parole? Davvero moltissimo e soprattutto quanto vere!

Se già era difficile scriverlo, l’autore ha davvero superato se stesso, scrivendo un massimo della letteratura di tutti i tempi. Personalmente lo metto al secondo posto, appena dietro I fratelli Karamazov, anche se un paragone tra i due romanzi risulta più che mai forzato.

Appena dopo Delitto e Castigo, in cui il maestro si interroga sulla natura dell’uomo e del dualismo tra bene e male che in esso convive, scrive questo L’Idiota quasi come a voler dare una risposta a quell’enigma irrisolto; un tributo e un inno alla bellezza della bontà senza macchia, senza ombra, incarnandola nei panni del principe Myskin, un essere soprannaturale con problemi di natura mentale e fisica, un essere che non ha mai conosciuto l’amore di una donna e che ama più di tutti i bambini. Il suo amore è puro, incondizionato, sconfinato e soprattutto, verso tutto e tutti.

La contrapposizione del principe con una società malata e corrotta è netta, definita. Sembra che il nostro eroe si muova su un palcoscenico distante ed etereo, tanto che il lettore sente quasi il silenzio dei suoi passi, la purezza dei suoi gesti e del suono delle sue parole.

Ma la bellezza, vera protagonista del romanzo, è anche e soprattutto Nastasja; ragazza perduta ed irruenta, viscerale, in credito verso il mondo e per questo a suo modo cattiva, ma anche Aglaja, capricciosa borghese figlia di buona famiglia che si innamorerà del principe Myskin.

Pur non essendo caratterizzato da ritmi incalzanti e avvenimenti turbinei, il romanzo, come al solito quando si parla del grande Dostoevskij, rapisce il lettore, trasportandolo via in un universo parallelo.

Tutti i personaggi sono caratterizzati in modo supremo: Nastasja, Aglaja, il principe, il generale, Ippolit e via dicendo, tutti con le loro sfaccettature ed ambizioni tanto che il lettore non riesce ad odiarne neppure uno, se non per un momento passeggero.

Il dualismo tra bene e male è un tema che viene affrontato in modo magistrale, mettendo sullo sfondo ma neanche troppo il nichilista Ippolit, che l’autore considera in parte il suo cantuccio personale per filosofeggiare ma l’espediente non è mai forzato e più che mai verosimile.

Il finale, nel caso in cui ne dubitaste, è di quelli che solo lui sa scrivere, uno di quei finali che spezzano in due senza colpi bassi, nel quale tragedia, poesia e grande, grandissima letteratura si uniscono per dare vita ad un epilogo dei più belli della letteratura russa.

 

Sarà un caso ma dopo questo romanzo, omaggio ed inno al bene (in realtà qualche anno dopo), Dostoevskij scriverà I Demoni, concludendo a mio avviso una trilogia sul bene e sul male, anche se tale trilogia non è mai stata dichiarata ma si tratta di una personalissima chiave di lettura.

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