L'armata perduta, Valerio Massimo Manfredi

 

Può una storia vecchia di duemilacinquecento anni risultare avvincente, scorrevole ed emozionante risultando per quanto possibile fedele alla realtà dei fatti?

Valerio Massimo Manfredi scommette di sì, ed io gli do ragione. Questo romanzo convince sia per la sua scorrevolezza che per l'aderenza alle vicende storiche. Anzi, a volte si ha persino l'impressione che sia stato scritto non per centrarsi sui personaggi bensì per narrare la verità storica di un giallo che nel V secolo a.C. avevo scosso tutto il mondo antico. L'autore fa infatti raccontare l'Anabasi di Senofonte da una delle tante ragazze che segue l'esercito di mercenari assoldati da Ciro per sconfiggere suo fratello Artaserse ed impadronirsi del trono dell'impero più potente del mondo: quello Persiano.

Diecimila soldati greci assieme a centomila asiatici vengono sconfitti a Canossa. Traditi dai loro compagni asiatici, bersagliati da tutti e senza un committente l'esercito dovrà affrontare il viaggio di ritorno.

Tutta la crudeltà e il fascino della guerra sono filtrati dagli occhi di Abira, la protagonista del romanzo, che dona quel tocco di umanità necessaria alla storia per fare in modo che il lettore si appassioni, e la cosa funziona più che discretamente.

Tutto il racconto è un flashback di Abira, in tutte le vicessitudini dell'esercito sappiamo che Abira non può morire in quanto voce narrante sopravvissuta alla catàbasi, tuttavia ci ritroviamo anche noi a fare il tifo per quei ragazzi, quei guerrieri abbandonati e perduti, che devono farsi strada in un mare di sangue per trovare un giorno, finalmente, la via di casa.

 

 

 

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