Il violino di Auschwitz, Maria Angels Anglada

 

Che dire di un romanzo sull’olocausto? Che è un’altra profonda ed intensa narrazione di un periodo della storia atroce e buio in cui il genere umano si è reso colpevole di atti vergognosi, brutali ed immotivati? Forse sì, ma in questo romanzo c’è dell’altro; molto altro.

Se i racconti sui lager si assomigliano un po’ tutti questo fa testo a sé. La condizione dell’uomo nel campo di concentramento e la sofferenza al limite e forse anche oltre la sopportazione umana passa in secondo piano dinanzi alla storia di una persona. Perché è importante ricordarlo che le angherie e la torture, gli assassini e le sofferenze sono state perpetrate non solo ai danni di un popolo innocente, ma prima di tutto a delle persone, a degli individui.

Ed è proprio dal punto individuale che la storia viene narrata, vista con gli occhi pieni di rabbia e di dolore del protagonista: Daniel, di mestiere liutaio.

Le domande che emergono da questo breve ma intenso racconto sono di una profondità estrema.

L’autrice anziché cercare delle risposte invita il lettore a farlo; da uno stile narrativo scorrevole ed appassionante nascono spunti di riflessione che fanno vibrare le corde di un violino interno e profondo.

 

Ci può essere arte, in un lager nazista? Quanto possono essere importanti la dignità e l’orgoglio ad un passo dalla morte?

 

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