1984, George Orwell

 

E' difficile immaginare un romanzo più cupo e buio di 1984.

Scritto nel 1948 si rivela di una attualità incredibile e lo scrittore mostra tutta la sua sagacia ed intelligenza prevedendo situazioni come una "guerra fredda" che non era ancora scoppiata, una inutile corsa agli armamenti che in quegli anni non era cominciata ma Orwell va oltre, immaginando una società oligarchica in cui a afarla da padrone sono tre dittature che governano sul mondo.

La storia è ambientata in Oceania, un superstato che comprende America, Inghilterra e un pezzo d'Africa e protagonista del romanzo è Winston Smith, funzionario del Socing (Partito socialista inglese) che governa onnipotente sotto la guida semidivina del Grande Fratello.

La dittatura per sopravvivere ha instaurato una psicologia del terrore e dell'odio (Orwell la sapeva davvero lunga) in cui vengono soppressi gli istinti e i sentimenti umani mediante il controllo mediatico, la propaganda, la falsificazione sistematica del presente e del passato.

Winston sembra fare eccezione con i suoi moti interiori e i suoi impulsi umani e si crede quasi pazzo in un mondo di sani, finché una storia d'amore vietata gli farà aprire la mente, avviandolo verso un finale inevitabile ma non banale.

 

Quello che Orwell immagina non è la morte della libertà, del libero pensiero, del libero agire; non si limita a questo scrivendo 1984. Quello che pronostica è la morte dell'uomo, della vita.

Una storia davvero triste e cupa narrata magistralmente dall'autore che, neanche a dirlo, rapisce il lettore facendolo entrare letteralmente nel suo mondo, nella storia e in Winston che si reincarna in tutti noi e se muore lui, moriamo tutti noi.

"Resisti Winston, in nome dell'umanità" verrebbe voglia di urlare leggendo il libro, fino ad un gran finale che di banale e scontato non ha proprio nulla ma che è, al contrario, denso di significato

 

 

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